martedì 27 marzo 2018

CACCIATORI DI LEGGENDE: PROLOGO




“Nessuna speranza, nessun amore, nessun lieto fine.
Prima e dopo di me, solamente lo schifo del mondo.”
Epitaffio inciso sulla tomba di ser Flubert Seymour.




PROLOGO:
IL CAVALIERE MORENTE


Silenzio.
È ciò che accompagna la morte.
La consapevolezza della fine non giunge mai, come se il pensiero s’arrestasse di colpo.
Silenzio.
Non si sente più il battito. Vi è una quiete improvvisa, vuota, che riecheggia accompagnata dal vento, spirando attraverso gli alberi, facendo vacillare gli arbusti più giovani. Vi è il rassicurante sapore di casa, di ricordi di un’intera vita vissuta, di foglie autunnali che vorticano lungo un viale deserto, di ragazze sudate che danzano durante la festa di mezza estate. Ricordi di conversazioni e di risa che avrebbero riempito la solitudine dell’anima. Il fracasso e gli schiamazzi nelle buie serate invernali.
Silenzio. Nessuna musica. Ora è più forte nella mente.
Silenzio. Un vuoto che riempie quello più grande. Presto arriveranno altri suoni, esploderanno come in un’orchestra di fanfare.
Silenzio. Odore di carcassa. Ondate soffocanti di putrefazione. La paura che paralizza i muscoli e inaridisce la gola.
Odore di fiori recisi e regalati ad una donna. Il porticato e il giardino odoroso di gelsomino. Odore della pelle di lei, liscia come la seta, il supplizio di non poterla più accarezzare. Il biondo dorato dei suoi capelli, fasci che trattengono la luce. I suoi occhi scuri e vivaci, la curiosità che proviene da chi ha voglia di scoprire cose nuove.
Silenzio. Avvolge tutto dentro di sé. Un oceano profondo e vasto come il gelo che annuncia la fine del mondo. Pesante come un macigno.
Il sapere di essere solo basterà a calmarlo, a riportarlo alla ragione. Lontano, si fa sempre più lontano il fischio del vento.


Gli occhi si spalancarono nella coltre bianca.
Un alto manto di neve ricopriva ogni cosa. Il vento spazzava il fianco della collina, ululando nella tormenta. Gli alberi appesantiti dalle coltri lasciavano cadere falde di neve con tonfi sordi.
Solo lui osava sfidare la furia imperversante della natura. Procedeva lentamente nella neve lungo un sentiero immaginario che seguiva il margine del bosco, ai piedi dell’altura.
Strati di coltri ricoprivano il suo corpo, mentre la bruna cavalcatura lo precedeva arrancando stordita dal gelo.
Mancavano pochi giorni al sorgere dell’inverno, e il clima avrebbe raggiunto le soglie più basse dell’anno. Sugli ultimi contrafforti dei Monti della Fiamma Bianca, il freddo riusciva a rendere gelata pure l’acqua corrente. Chi in quel periodo lasciava i Regni Spezzati per entrare nelle terre dei Re Dimenticati avrebbe facilmente incontrato la morte sul suo cammino.
Il destriero dal manto punteggiato di cristalli gelati si spingeva lento come il suo padrone, il battito del suo cuore che diveniva pian piano sempre più debole.
Spesso la marcia dell’uomo si arrestava. Alzava la testa come fosse in ascolto di qualcosa o per distendere la schiena tesa per lo sforzo, poi riprendeva a camminare.
Il vento montava sempre più, rendendo il suo mantello una vela ingovernabile. Costava fatica sempre maggiore cercare di serrarlo intorno al collo.
Dei lamenti cavernosi giunsero alle sue orecchie amplificati dal vento. Appartenevano a delle creature aberranti che l’uomo conosceva e non desiderava incontrare.
Ripararono al più presto nel bosco, sebbene il cavallo ebbe qualche difficoltà a percorrere i primi passi all’interno della selva.
I suoni gutturali si fecero sempre più vicini, fino a che l’uomo non vide le imponenti sagome umanoidi attraversare il versante provenendo da parte opposta alla loro. I loro passi risuonavano attutiti dalla neve e interferiti dalla bufera. Se non si fossero nascosti, li avrebbero incontrati certamente, e allora solo un miracolo avrebbe potuto salvarli.
Attesero fino a che non giunse il silenzio. Rimase solo l’impeto della tempesta che sovrastava la notte. Ma in quella bolla l’uomo avvertiva la quieta consapevolezza di poter terminare il suo viaggio sereno.
Decise di proseguire il viaggio fra gli alberi. Ora il passo diveniva più cauto per via del terreno, irregolare sotto la neve. La selva attutiva la morsa del vento, ma il percorso scelto esigeva più forze, forze le quali sia l’uomo che l’animale avevano esaurito.
Si guardò attorno. Alla sua destra il terreno accennava a una depressione, mentre più avanti s’intuiva l’inizio di una scarpata. Strattonò appena le briglie della sua cavalcatura e la condusse fin là, giungendo a scorgere un incavo fra le poderose radici di una quercia, abbarbicato sull’orlo di un declivio.
Cavaliere e destriero trovano riparo nell’anfratto naturale. L’uomo si lasciò andare in quella nicchia di tepore, sollevato di avere accanto a sé l’animale.
Chiuse gli occhi, pronto ad abbandonare per sempre la sua vita, ma subito si riscosse. Ricordò qualcosa che pensieri più imminenti avevano obliato dalla sua mente. La sua mano, impacciata dal guanto, frugò tra gli strati di coperte, fino a trovare un sacchetto di pelle legato da un laccio di cuoio. L’uomo allentò il laccio con reverenza e rovesciò il contenuto del sacchetto sul palmo della mano.
Una scintilla di luce si accese subito, illuminando la notte. Poi, dopo il picco intenso, la luce sembrò lentamente affievolirsi, fino ad acquietarsi in un tremulo brillio. La stilla di luce pulsava come una lucciola che si librasse sulla sponda di lago.
Gli occhi dell’uomo sorrisero, come persi sulla scia di immagini lontane.
Sussultò. La parola divenne muta, un assolo di silenzio.
Ora poteva udire i musicisti intonare la sinfonia.

Nessun commento:

Posta un commento